Finora abbiamo assistito a 3 rivoluzioni industriali. Per lo meno, 3 sono entrate nei libri di scuola.

  • XVIII secolo. Quella dell’energia idroelettrica, con il crescente uso della forza vapore e lo sviluppo di macchine strumenti.
  • XIX secolo. Quella dell’elettricità e della produzione di massa (assemblaggio in linea);
  • XX secolo. Quella dell’automazione e in particolare dell’elettronica e dell’informatica.
  • XXI secolo. Quella ancora non entrata nei libri di scuola, quella che stiamo vivendo. Si tratta della rivoluzione digitale. L’industria 4.0.

La chiamiamo così anche se la definizione non mette ancora d’accordo tutti (la prima volta che si è usato questo termine è stato ad una fiera di elettronica, ad Hannover, nel 2011). Ma tagliando concetti con l’accetta possiamo definirla come un processo che porterà alla produzione industriale del tutto automatizzata e interconnessa.
Quando parliamo di industria 4.0 generalmente ci si riferisce ad una serie di cambiamenti nei modi di produzione (come si producono beni e servizi). E forse, come scenario possibile, anche dei rapporti di produzione (tra datore di lavoro e lavoratore, per esempio, ma qui si apre un altro capitolo).
A voler individuare i cardini intorno ai quali ruota questa “rivoluzione” possiamo dire che riguarda:

  • L’utilizzo dei dati come strumento per creare valore (BIG-DATA). Perché intorno ai dati si muove la potenza di calcolo delle macchine. Tutti i temi relativi ai big data, i dati aperti, IOT, cloud etc…
  • Rapporto-interazione, uomo-macchina. Come comunichiamo con le macchine, strumenti, interfacce, linguaggi.
  • Il ponte tra digitale e reale. La manifattura. La produzione di beni e servizi. Cioè una volta avuti i dati, analizzati, processati e resi strumento per “istruire” le macchine, l’ultimo passaggio è trovare i modi, gli strumenti per produrre i beni. E quindi stampa 3D, robot, interazioni tra macchine.

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